Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali delle persone di minore età
27 Nov 2019

Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali delle persone di minore età

La Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Filomena Albano, ha pubblicato un documento di studio e proposta sul tema, 80 pagine intitolate “I livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali delle persone di minore età”. Una road map molto concreta per realizzare quattro livelli essenziali delle prestazioni per diritti che riguardano i minori. «Definire un livello essenziale significa renderlo immediatamente esigibile su tutto il territorio nazionale per tutti i bambini». Si parte da mensa scolastica, asili nido, parchi giochi inclusivi e banca dati sulla disabilità

I quattro LEP individuati come prioritari:

– Assicurare a ogni bambino che frequentala scuola dell’infanzia, il diritto di accedere a un servizio di mensa scolastica di qualità, con costi di funzionamento coperti almeno per il 50% dalla fiscalità generale e con costi di compartecipazione in base al criterio dell’universalismo selettivo
– Numero posti autorizzati in nido o micro-nido per almeno il 33% della popolazione target 0-36 mesi con costi di funzionamento coperti, almeno per il 50%, dalla fiscalità generale e con costi di compartecipazione in base al criterio dell’universalismo selettivo
– Diffusione e realizzazione, ogni 10/15 km nelle aree urbane e ogni 20/25 km nelle aree rurali, di spazi-gioco pubblici per i bambini della fascia 0-14, con caratteristiche di inclusività e co-progettati con bambini e familiari della comunità territoriale
– Creazione di una banca dati sulla disabilità a livello nazionale, con dati disaggregati, relativamente alla fascia di età 0-17 anni.

Fonte: http://www.vita.it/it/article/2019/11/26/un-diritto-e-un-diritto-ovunque-ecco-i-primi-4-lep-per-i-diritti-dei-b/153399/

Alcuni stralci tratti dal documento pubblicato dal Garante per l’Infanzia:

I livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali delle persone di minore età

Capitolo 3. Diffusione e realizzazione, ogni 10/15 km nelle aree urbane e ogni 20/25 km nelle aree rurali, di spazi-gioco pubblici per i bambini della fascia 0-14, con caratteristiche di inclusività e co-progettati con bambini e familiari della comunità territoriale

Il Terzo Rapporto supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia (Gruppo CRC, 2017) evidenzia forti criticità nella tutela del diritto al gioco delle persone di minore età. Le principali criticità rilevate sono, da un lato la mancanza di cultura del diritto al gioco e quindi il prevalere di un pensiero che associa il gioco a una “premialità” o gli attribuisce il significato di “prestazione”, dall’altro la carenza di offerta di spazi in cui praticare attività ludiche e motorie liberamente e a titolo gratuito.

Non è stata rintracciata una definizione univoca a livello normativo del termine “spazio-gioco”, né una mappatura delle realtà esistenti. L’analisi della letteratura e delle best practice ha consentito di rintracciare tre tipologie di servizi riconducibili a questa fattispecie che si rivolgono alla fascia di età compresa fra 0 e sei anni:
1. servizi socio-educativi integrativi al nido, di carattere ricreativo e ludico realizzati nell’ambito dei finanziamenti della legge 285/1997 (centri per la prima infanzia, centri bambini e famiglie, spazi-gioco 0-3 e 0-6 e simili);
2. ludoteche (fattispecie specifica dei servizi finanziati dalla legge 285, generalmente rivolte alla fascia 3-6 anni e oltre);
3. parchi gioco e altre aree gioco all’aperto.

Il concetto di accessibilità può avere diverse sfaccettature. Può definirsi accessibile uno spazio:
• a cui tutti i cittadini possano accedere liberamente e a titolo gratuito (accessibilità in termini di libertà di accesso);
• a cui bambini e famiglie in particolare possano accedere facilmente e in sicurezza, anche a piedi e in bici (accessibilità in termini di facilità di accesso);
• accessibile a (e fruibile da) bambini e accompagnatori con qualsiasi tipo di disabilità o con capacità motorie ridotte (accessibilità in termini di abbattimento delle barriere architettoniche).

Quest’ultimo concetto apre quindi il tema dell’accessibilità da parte di persone con disabilità e amplia necessariamente lo sguardo al diritto al gioco per tutti i bambini, indipendentemente dalla propria condizione e caratteristiche fisiche e mentali. In questa logica, il diritto al gioco non può essere garantito assicurando semplicemente un livello minimo di accessibilità degli spazi, ma è strettamente connesso alla possibilità da parte di bambini con disabilità di usare i giochi e divertirsi insieme ai coetanei a sviluppo tipico.

La letteratura internazionale e alcuni movimenti nazionali stanno affiancando al concetto di “accessibilità” quello più ampio di “inclusività”, dove per inclusività non si intende la semplice possibilità per tutti di raggiungere e attraversare un parco, ma la possibilità per il maggior numero di bambini di utilizzare le piattaforme di gioco in esso presenti insieme agli altri, indipendentemente dalle proprie capacità e abilità. Allo stesso tempo giochi a tutti gli effetti inclusivi non possono dichiararsi tali se vengono collocati in spazi non accessibili: l’accessibilità è quindi una condizione necessaria, seppur non sufficiente. È utile inoltre mettere in evidenza che garantire l’accessibilità degli spazi ai bambini con disabilità di diverso genere significa garantirla anche ai loro accompagnatori e a qualsiasi persona, anche a sviluppo tipico, nella logica secondo la quale ciascuno di noi è portatore di abilità e di disabilità. Uno spazio accessibile a persone con disabilità è uno spazio accessibile a tutti. Più difficile da raggiungere l’obiettivo dell’inclusività, che non potrà mai arrivare a garantire al 100% l’utilizzo di tutti i giochi da parte di tutti i bambini ma potrà consentire diverse possibilità utilizzabili a seconda delle proprie capacità e caratteristiche, avendo come obiettivo l’esclusione del minor numero possibile di persone. A tal proposito assume particolare rilevanza l’aspetto della co-progettazione con i potenziali fruitori degli spazi. 

Le esperienze più significative di parchi inclusivi realizzate in Italia sono in gran parte frutto di co-progettazione con spinta dal basso: spesso le iniziative prendono il via da azioni di sensibilizzazione e pressione esercitate da gruppi di cittadini verso le amministrazioni comunali affinché si facciano carico dei progetti, che vengono poi seguiti da un gruppo di lavoro misto, partecipato dal Comune, da progettisti privati e cittadini singoli o associati interessati alla realizzazione dell’opera. È il caso del parco giochi inclusivo “Tutti a bordo!” di Rimini partito dall’iniziativa di una mamma del territorio sposata dall’amministrazione comunale nel 2015, progettato da “un gruppo di lavoro composto dai tecnici dei Lavori pubblici, da Elvira Cangiano (mamma promotrice ndr), dai rappresentanti delle associazioni del territorio e dal designer Fabio Casadei” e portato a termine dalla società Anthea nel 2016. Presupposto perché vi sia una reale co-progettazione dei parchi gioco è che sia prevista a monte un’attività di progettazione: spesso infatti i bandi per l’assegnazione dei lavori prevedono gare al ribasso mirate all’acquisto di piattaforme di gioco, senza una reale progettazione dello spazio, in una logica di risparmio economico.
Alla luce della più precisa definizione degli spazi gioco che possono essere compresi nel LEP in esame, si è riscontrata una carenza di dati rispetto alla fotografia della situazione in Italia e in particolare rispetto alla diffusione di tali spazi sul territorio. Manca un’anagrafe delle aree gioco presenti sul territorio italiano.
Manca una mappatura nazionale geo-referenziata delle aree gioco presenti sul territorio nazionale e delle loro specifiche caratteristiche e mancano informazioni rispetto al verde attrezzato presente nei comuni non capoluogo di provincia. Non esiste, pertanto, neppure una mappatura ufficiale dei parchi gioco inclusivi. Si segnala,  comunque, che una coppia di mamme, attive sul territorio di Rimini, ha realizzato e tiene aggiornato sul proprio blog “Parchi per tutti”: un elenco di tutte le realtà incontrate durante le loro ricerche dal basso o segnalate loro nel corso del tempo dai lettori del blog. Tale elenco, ricco e interessante, anche se artigianale e non rigoroso in termini di monitoraggio, è suddiviso per province e tiene conto di alcune tipologie di parchi gioco esistenti e dei loro diversi livelli di accessibilità, con particolare attenzione a:
1. presenza di altalene per carrozzine: 408 dislocate in quasi tutte le regioni italiane, di cui alcune fuori uso o rimosse;
2. parchi gioco inclusivi: 59 (parco facilmente accessibile e con un buon numero di giochi fruibili da parte di tutti i bambini);
3. parchi in cui l’accessibilità in autonomia non è garantita per tutti (presentano fondo di terra, sabbia, ghiaia o prato, che possono deteriorarsi in base alle condizioni climatiche e non sono facilmente percorribili in carrozzina o con altri supporti).

In definitiva, alla luce delle ricerche svolte, si ritiene opportuno sconsigliare la prassi, diffusa presso le amministrazioni locali, di promuovere sotto gli appellativi dell’accessibilità e dell’inclusività l’acquisto di altalene per carrozzine. Tali attrezzature non sono infatti sufficienti a definire un parco “inclusivo”: sono destinate esclusivamente a persone in sedia a rotelle – con esclusione di altre forme di disabilità motorie più lievi – e non si prestano all’utilizzo da parte del maggior numero possibile di bambini, con il rischio di un maggiore isolamento dei bambini portatori di quella specifica disabilità, oltre al rischio di sottoutilizzo e degrado della struttura. Inoltre, stando ai pareri tecnici raccolti durante le interviste, tali attrezzature non rispondono alla normativa UNI EN che regola la sicurezza dei giochi in ambienti pubblici non custoditi e, per poter essere certificate dagli enti preposti e fornire garanzie minime di sicurezza, dovrebbero essere collocate in spazi custoditi da personale preposto e segnalate da un cartello che ne vieta l’utilizzo da parte di bambini che non siano in sedia a rotelle. Tali criteri di sicurezza aggravano la condizione di isolamento dei bambini con una specifica disabilità motoria, che invece potrebbero meglio godere del parco anche semplicemente potendolo percorrere insieme ai propri compagni di gioco, raggiungendo le loro stesse postazioni di gioco e utilizzandone eventualmente solo le parti a loro accessibili progettate per un uso più ampio.

Alla luce delle considerazioni precedenti, si ipotizzano di seguito tre possibili percorsi relativi all’implementazione del LEP in esame.
Un primo step indispensabile per l’implementazione di questo LEP consiste nel pervenire ad una definizione precisa di spazio-gioco. Risulta opportuno, preliminarmente, fare alcune considerazioni in ordine alla fattibilità e alle diverse piste di implementazione possibili, definendo quale livello minimo di accessibilità e quale distanza minima prevedere ai fini del soddisfacimento del livello essenziale in esame. Si è detto che l’“accessibilità” rappresenta un requisito minimo ma anche riduttivo rispetto al diritto all’“inclusione” dei bambini con disabilità. Dalle interviste svolte, in particolare a progettisti esperti, è emerso che un parco propriamente detto “inclusivo” di medie dimensioni (come quello di Rimini) ha un costo economico rilevante, che si aggira intorno ai 200.000 euro e ha un impatto ambientale altrettanto importante, dovuto alla necessità di costruire una pavimentazione adeguata, solitamente in gomma, che copre un’area particolarmente vasta per collegare tutte le piattaforme di gioco e che va a collocarsi necessariamente su uno strato di cemento che copre il suolo naturale. Tali costi economici risultano particolarmente onerosi, soprattutto per i piccoli Comuni e l’impatto ambientale di una diffusione capillare di queste realtà sul territorio rischierebbe di essere eccessivo e in contrasto con gli obiettivi di riduzione della cementificazione. Risulta pertanto poco percorribile l’ipotesi di prevedere un perimetro troppo stretto di implementazione del LEP così inteso. Appare invece preferibile prevedere un livello di diffusione che consenta di attrarre su un unico parco, ampio e accuratamente progettato, un bacino di utenza più vasto, permettendo alle famiglie con bambini portatori di disabilità di avere almeno un punto di riferimento facilmente raggiungibile dalla propria zona di residenza in auto o con altre forme di mobilità assistita.

Documento integrale: https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/lep-web.pdf

Rimini, 27/11/2019 Claudia Protti & Raffaella Bedetti – © Parchi per Tutti

 

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